"L'invenzione della cultura eterosessuale" - La mia recensione pubblicata su Babilonia nel 2009
Andrea Ambrogetti
Anche l’eterosessualita’
non e’ normale ?
Eterosessuali:
la fatica di esserlo
pubblicato in “Babilonia”, 2009
Capita un giorno
di collegarsi al sito di “Le
Monde” (uno dei
più importanti quotidiani
francesi) e di
trovare in bella evidenza un video
che propone
un’intervista sul tema “L’invenzione
della cultura
eterosessuale”. Si clicca
e si vede un
giornalista che parla con l’autore
del libro,
Louis-George Tin, studioso e attivista
politico su cui
occorre spendere qualche
parola, visto che
si tratta della persona che nel
2003 ha pubblicato
il Dizionario dell’omofobia
presso le
prestigiose Presses Universitaires
de France e l’anno
seguente ha promosso la
Giornata mondiale
contro l’omofobia, che oggi
viene celebrata,
in modo più o meno rilevante,
in 50 paesi.
Louis-George Tin in Francia
è molto noto anche
per le sue battaglie contro
il razzismo ed è
portavoce del “Consiglio
rappresentativo
delle associazioni nere”.
Con questo suo
nuovo lavoro, da autentico studioso
di scienze umani e
sociali, Tin ha dimostrato
che non c’è niente
di naturale nel modello
sociale e
culturale dell’eterosessualità e
che la sua attuale
“posizione dominante” è il
frutto di un lungo
processo storico, durante il
quale contro di
esso si sono opposte molte forze,
compresa la
visione cristiana dei rapporti tra
uomo e donna e
della famiglia con Dio.
C’è dunque una
grande rivoluzione epistemologica
che possiamo fare
oggi per ribaltare il
modo con cui
guardiamo ai generi e ai sessi e
che è figlia
dell’affermazione delle culture gay
e lesbiche, di
fronte alle quali l’eterosessualità
(fino a trent’anni
fa un “impero invisibile” che
davamo per
scontato) scende al rango di ”altro”.
La domanda,
allora, è perché la cultura
eterosessuale è
riuscita ad affermarsi e perché
ha regnato per
tanto tempo? Non certo perché
la specie umana si
riproduce grazie all’incontro
sessuato tra un
uomo e una donna: cultura
eterosessuale e
riproduzione eterosessuale non
coincidono.
La seconda è
universale, la prima non lo è e non
sempre è stata dominante
nelle varie epoche
storiche e nelle
varie culture.
È vero che la
riproduzione eterosessuale ha
permesso la
perpetuazione della specie, ma è
vero pure che
abbastanza raramente essa si è
fatta modello di
organizzazione sociale.
Nella Grecia
antica la cultura eterosessuale era
meno importante
della modalità di appartenenza
alla polis (si
pensi agli schiavi) e, anche
se non si può dire
che l’omosessualità fosse accettata
(troppo diversa
era l’idea di sessualità),
altri
comportamenti, come la pederastia iniziatica,
godevano dello
stesso livello di legittimazione.
L’affascinante
viaggio che Tin propone
inizia con la fine
del Medioevo, intorno
al XII secolo,
quando per la prima volta la cultura
“omosociale” che per secoli aveva esaltato
l’amicizia maschile (del clan etnico, dei nobili,
dei guerrieri, dei
cavalieri) viene sfidata
dall’amor cortese.
Fino ad allora quasi del tutto
ignorata e
comunque sottomessa, la donna
viene cantata,
deve essere amata e addirittura
diventa “signora”
del suo amato. La coppia
uomo-donna diventa
degna di interesse e si
avvia a essere il
tassello centrale del mosaico
sociale, ruolo che
non aveva quasi mai svolto.
Con il
rinascimento e con l’umanesimo il confronto/
scontro tra la
tradizione dell’amicizia virile
e la “nuova moda” dell’amore
tra uomo e
donna prosegue con
alterne fortune, di cui si
trova ampia
traccia nella letteratura dei secoli
XV e XVI e si
inizia a delineare l’idea che
l’uomo poco virile
(effeminato) sia inaccettabile
(dopo che per
molto tempo era stato abbastanza
tipico, per
esempio tra l’aristocrazia)
e da associare
all’omosessuale, perversione
dell’essere uomo
(mascolinità) i cui contorni si
fanno lentamente
più precisi.
Con i termini che
usiamo oggi potremmo dire
che l’irruzione
del femminile nella società feudale
poneva ai
cavalieri un problema di genere
e che l’irruzione
dell’amor cortese poneva
alla chiesa un
problema di sesso.
Aopporre la
maggiore resistenza è - incredibile
ai nostri occhi di
oggi - la Chiesa Cattolica. È
prima di tutto
l’importanza data alla donna (almeno
in apparenza) che
il clero non riesce ad
accettare.
All’“invenzione” della coppia uomo-
donna la Chiesa
Cattolica contrappone il
monito a evitare
la concupiscenza e a rispettare
il primato della
spiritualità con i suoi ideali
di castità, celibato
e purezza. Nel 1215 il matrimonio
diventa un
sacramento.
Ma, da questo
momento in poi,
la storia della
cultura eterosessuale
procede sempre più
vittoriosa fino
a diventare
l’unico modello che tutti i poteri,
quelli religiosi e
quelli civili, accettano come
valido. Nel
ventesimo secolo si consuma, sia
la condivisione
del potere sul matrimonio tra
chiesa e stato
(matrimonio civile, separazione,
divorzio), sia il
mutamento radicale delle forme
familiari, fino
alla odierna pluralità di opzioni,
impensabile fino a
pochi decenni fa.
Lo splendido
lavoro di Tin merita alcune considerazioni
aggiuntive. È
molto importante che
la storia
dell’omosocialità venga ricostruita e
narrata, ma non si
deve pensare che a essa si sia
accompagnata
un’attenuazione o un’assenza
della condanna dei
sentimenti e dei comportamenti
che noi oggi
associamo all’omossesualità.
La lunghissima
storia dello stigma antiomosessuale
rimane in tutta la
sua tragica
realtà. Gli stessi
chierici che nel 1200 guardavano
con preoccupazione
alla bellezza dell’amore
tra uomo e donna
non di meno scrivevano
e comminavano pene
tremende per la sodomia
(che alcuni di
loro praticavano nell’ipocrisa,
è ovvio). E poco
conta che il peccato
di sodomia diventi
un peccato molto grave solo
a partire dal XIII
secolo. Nei duemila anni
precedenti (da
Abramo a Petrarca) sarà stato
punito più
leggermente o forse tollerato negli
ordini religiosi
(come forse avveniva nell’Ordine
dei Templari), ma
certo non era accettato
socialmente.
È vero che le
ricerche dello storico inglese, gay
e cattolico, John
Boswell (Cristianesimo, tolleranza,
omosessualità, Leonardo, 1989) hanno
messo in evidenza
che la condanna della sodomia
conosce luoghi (la
Firenze del Quattrocento)
e momenti (il XII
sec.) di riflusso e che
vi sono stati
attimi nella storia del cristianesimo
in cui l’omofilia
era abbastanza esplicita (la
fratellanza nelle
abbazie, l’amore tra maestro
e discepolo,
erotico o meno, negli ordini religiosi)
e forse si
celebravano rituali per celebrare
questi legami.
Ma è anche vero
che le battaglie contemporanee
sulla pari
dignità, sull’eguaglianza nei diritti
e sul rifiuto
della discriminazione non sono
debitrici di
questi (rari e presto dimenticati)
riti omosociali,
ma delle dure lotte democratiche
della seconda metà
del secolo scorso
(di cui per ora ha
beneficiato solo una parte dell’umanità).
Quando i giovani occidental hanno
dato vita alla
rivoluzione sessuale hanno impresso
una svolta alla
storia umana destinata a
occupare un posto
altrettanto importante, se
non più importante,
della rivoluzione operata
dall’amor cortese
o dalla legalizzazione dell’unione
tra un uomo e una
donna.
Il largo uso di
fonti letterarie rende la lettura del
libro di Tin
ancora più affascinante ma rischia
di generare
qualche confusione. Il fatto che
l’amicizia virile
tra confratelli o tra commilitoni
sia stata più o
meno esplicitamente evocata
in varie opere
della nostra tradizione non deriva
da una larvata
approvazione dell’omofilia
ma dal fatto che
gli uomini era comunque gli
unici signori della
scena sociale, sulla quale le
donne non
contavano praticamente nulla.
Infine, tanto per
concludere, si può solo fare
un’ultima
notazione sulla facilità con cui, una
volta di più, cade
il castello di carte su cui è costruito
ogni documento
“ufficiale” vaticano
sul tema. Le
litanie sulla differenza costitutiva
uomo-donna voluta
dalla creazione (“il progetto
di Dio”) e da
rispettare nella vita delle
persone e nella
legislazione degli stati non hanno
chiaramente nessun
fondamento né scientifico
né storico.
Louis-George Tin, L’invention de la culture
hétérosexuelle, Editions Autrement, Paris,
2008, pp. 201, 20€.