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qualcosadieuropeo
Andrea Ambrogetti - Un blog tra Roma e l'Europa che già esiste

Non basta essere europeisti, bisogna anche essere europei!
POLITICA
7 ottobre 2011
Un pomeriggio di resistenza a piazza Cavour

Siamo in emergenza democratica e allora si va un pomeriggio (ieri, giovedì 6 ottobre) a una riunione, in una sala di solito usata per altri scopi, durante la quale si cercano volontari per cicli di presentazione della Costituzione nelle scuole, per mandare avanti una campagna per la tobin tax, per organizzare una manifestazione a Milano.

C’è un’atmosfera resistenziale. La partecipazione è notevole (ma pochi giovani), l’attenzione molta. C’è un’enorme differenza con l’eterna fiction dei palazzi della politica, le cui innumerevoli puntate ci propina ogni giorno la televisione. Ma c’è la volontà dei partecipanti di approfittare del microfono per stigmatizzare i vari aspetti intollerabili dell’attuale governo e del suo capo, per urlare almeno a noi in sala la vergogna di questo spettacolo. Questi interventi non sempre entrano nel merito dei punti sollevati dagli organizzatori.

Il moto di reazione al degrado della politica italiana (che rischia di provocare il declino del paese, non il contrario) è spontaneo ed è palpabile ma gli organizzatori hanno una scaletta da seguire. Si vede proprio che in Italia gli eletti non hanno la cultura dell’incontro periodico con gli elettori (molti evocano la questione della legge elettorale). Appena i cittadini hanno un’occasione di discutere dell’attualità politica vanno al microfono e dicono quello che pensano. Il moderatore, Massimo Marnetto, un dirigente di Libertà e Giustizia (anche cantante), ovviamente non può rispondere a tutti.

“Libertà e Giustizia” fa parte di quelle iniziative nate dalla preoccupazione di singole personalità che ormai non sono poche (Grillo, della Valle, Zagrebelsky, Montezemolo), che si potrebbero godere in pace la pensione o la raggiunta gloria, e invece si mobilitano, chiamano a raccolta i cittadini, li invitano non solo a manifestare in piazza, ma anche a svolgere certe attività in prima persona.

Quale sarà il loro futuro non lo so anche perché togliere la scena ai partiti e ai loro leader non è per niente facile. Loro, i mille, forse duemila, esponenti politici nazionali e locali continuano a partecipare a un eterno grande gioco (parlare dei problemi del paese mentre il paese va a rotoli) che vede loro protagonisti e noi vittime. Qualche anno fa i sociologi denunciarono il problema dell’autoreferenzialità dei partiti ma, forse, non sono stati ascoltati.

Il pomeriggio di ieri si è chiuso con quella che gli organizzatori hanno chiamato una sorpresa: loro stessi hanno intonato la famosa canzone di Giorgio Gaber “La libertà”. Gli organizzatori cantavano “la libertà è partecipazione” e il “pubblico”, noi partecipanti all’iniziativa, li guardavamo.
 

fotografia
16 giugno 2011
Armani, dovresti ringraziare Tony Patrioli
La mostra fotografica di Tony Patrioli inaugurata tre giorni prima dell'Europride in un affascinante spazio dell'estrema archeologia industriale di Roma, l'ex Istituto Agrario della via Triburtina, ha involontariamente aperto un interessante dibattito. Prendendo spunto dagli interventi di Giovanni Dall'Orto e di Giovanbattista Brambilla, ci si e' interrogati sul perche' in Italia non si sia sviluppata un'arte gay (almeno secondo l'espressione utilizzata da Dall'Orto) dagli anni Ottanta in poi, ovvero dalla fase successiva a quella in cui Patrioli ha realizzato i suoi ritratti fotografici (di cui alcuni pubblicati da "Babilonia"), gli anni Settanta.
 
Intanto bisogna dire che i protagonisti dei ritratti di Patrioli, ragazzi incontrati per caso in vari punti del Sud Italia, non esistono piu'. Oggi si sono trasformati in sofisticate (secondo loro) copie dei loro beniamini televisivi, il loro corpo e' modellato dalla palestra e i loro abiti griffati. Non fanno piu' i pastori e i contadini e magari indossano capi disegnati da famossisimi e ricchissimi stilisti, come Armani e Dolce e Gabbana, che sono anche gay, ma questo non lo dicono ne' loro ne' i ragazzi che comprano i loro jeans.
 
Cosa e' successo negli ultimi venti o trent'anni ? Non lo so, ma posso raccontare due episodi realmente accaduti.
 
Un anno fa, partecipando al Gay Pride di Milano, del tutto ignorato dalla politica locale, che e' stata poi giustamente punita, siamo passati per una piazzetta del centro citta' dove troneggiava un enorme pubblicita' Armani con protagonista il calciatore Ronaldo. Con indosso il solo costume, per il resto il bellissimo portoghese esibiva un corpo che e' stato apprezzato da molti dei partecipanti a quella manifestazione. E cosi' avviene ogni giorno ovunque arrivi la pubblicita', anche quella che ricorre a megacartelloni che, in certi punti, per la loro vastita, diventano il tratto dominante del luogo in questione. Penso alla Stazione Termini di Roma, dove le gigantografie di Beckam, Ronaldo e Nadal (anno dopo anno) seminudi realizzano un trionfo di omofilia, o almeno di esaltazione della bellezza maschile. Altro che galleria degli specchi della reggia di Versailles !
 
Piu' o meno nello stesso periodo, impazzava la campagna di Dolce e Gabbana con protagonisti alcuni bellissimi calciatori, ritratti in mutande - e con un corpo perfetto - in uno spogliatoio. Entravo in una stazione della metropolitana di Roma e accanto a me passa un ragazzo. Guarda la pubblicita' con perplessita' e mugugna un "che schifo...". Vergognoso ai suoi occhi che i "suoi" campioni (campioni non solo di sport, ma anche di machismo, sessismo ed eterosessismo) si prestassero per un operazione neanche tanto velatemente omofila !
 
Anche se non lo ammetteranno mai, Armani e Dolce e Gabbana sono debitori a Tony Patrioli. Se quest'ultimo, e con lui Dino Pedriali, e prima Von Gloedon e poi Mapplethorpe, non avessero colto la bellezza del corpo maschile, oggi i grandi stilisti difficilmente potrebbero riproporlo per smerciare la loro mercanzia. 



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31 maggio 2011
“Identità Golose” e un tuffo nel meglio del Belpaese

In una frase sola, direi “Il bello dell’Italia”: i migliori frutti della terra e del mare, tanta fantasia nel cucinarli, molta rilassatezza, un po’ di confusione, qualche incoveniente tecnico all’impianto audio e quel pizzico di alta società che certifica l’importanza della serata.

 

Tutto questo mi è parso di cogliere lunedì sera all’Open, il ristrutturato roof del Palazzo delle Esposizioni di Roma, dal look “abbastanza Manhattan” ma pur sempre affacciato sullo skyline della città eterna, gestito con polso fermo e strategico da Antonello Colonna, notoriamente radicato a Roma e nel Lazio.

 

Siamo abituati a vedere la preparazione dei piatti dallo schermo televisivo, ma non da un grande schermo sopra i nostri occhi. L’ho trovato gradevole e soprattutto utile per capire la provenienza degli ingredienti e come si amalgano. E, sì, non si finirà mai di scoprire cosa offrono i nostri territori, che almeno in cucina hanno una tradizione, quindi un’identità.

 

Il primo piatto è stato siciliano e forse è stato il migliore: pesce azzurro su insalata di arance di Leonforte con cipollotto di Giarratana (buonissimo) e mandorle. Lo chef è Pietro D’Agostino; il suo ristorante è a Taormina, bisognerebbe andarci anche prima dell’inaugurazione del ponte sullo stretto.

 

Il secondo è stato uno dei due abruzzesi della serata: risotto acquerello con orapi (ovvero spinaci selvatici) e pecorino dell’Alta Valle del Turano. Chef Valerio Centofanti, ristorante a Carsoli (l’Aquila). Un vero “primo”: rassicurante ma energizzante.

 

Il terzo piatto veniva dalla stessa Roma, ma basato su prodotti del Basso Lazio: parmigiana di melanzane e alici di Ponza con essenza di olive itrane (che di solito vengono chiamate “olive di Gaeta”, ma a Gaeta nnon c’è spazio e non ci cresce un albero) e scamorza affumicata di Fondi più scorza di limone e un po’ di timo. E’ a Roma il ristorante dello chef Enrico Pierri (napoletano di origine), che ringrazio per la bella storia della tradizione delle famiglie di Ponza che per secoli hanno pescato le alici e ora si sono ridotte a uno sparuto gruppo.

 

Quarto piatto, pugliese, il secondo migliore della serata, evoluzione creativa di un incredibile piatto povero della zona, zuppa di verdure del luogo fatta di pomodoro scapece (che vuol dire seccato al sole), ortaggi secchi ed erbe fresche, ricciola e ... acqua (che a questo punto speriamo resti gratuita). Con un germoglio di rapa rossa stretto e lungo che sembrava raccolto sulla luna. Buona la ricciola cruda, qui appena scottata da un vero lanciafiamme. Chef Michele Rotondo e ristorante vicino Taranto.

 

Per dolce un semplice ma gustoso Cherry Cake, creazione di Nicola Fossaceca, il secondo abruzzese della serata, con ristorante vicino Chieti.

 

Complimenti a Identità Golose e al suo fondatore, Paolo Marchi, che, come si dice, ha condotto la serata senza mai smettere di essere curioso.

 

Purtroppo la distanza con ciò che ingurgitiamo ogni giorno resta elevata. Ma almeno facciamo un passetino in avanti verso una nuova consapevolezza di quella che potrebbe essere, con le parole di Identità Golose, “la ricerca dell’essenzialità primordiale, la purezza assoluta di ogni gusto”. 




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29 maggio 2011
Identità Golose: iniziato il conto alla rovescia

 

Oggi grande attesa e molta curiosità perché domani sera parteciperò alla cena organizzata da Identità Golose al Palazzo delle Esposizioni. So che la scelta di valorizzare la Cucina d’Autore ha già suscitato attenzione e riscosso molto successo, anche all'estero.

Da lontano, l'opera di Paolo Marchi mi appare già monumentale, visto che al Congresso di cucina da lui ideato partecipano decine e decine di chef. 

Mi colpisce molto l'iniziativa Identità di Libertà, una giornata di cucina d’autore ospitata dalla Repubblica di San Marino. «Identità di Libertà», dice Paolo Marchi, «perché libero deve essere il percorso dei cuochi che si ribellano a certi dogmi gastronomici della tradizione».

Lunedì vi dirò tutto.

 

 

 




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29 novembre 2010
"L'invenzione della cultura eterosessuale" - La mia recensione pubblicata su Babilonia nel 2009

 

 

Andrea Ambrogetti

 

Anche l’eterosessualita’ non e’ normale ?

 

Eterosessuali: la fatica di esserlo

 

pubblicato in “Babilonia”, 2009

 

Capita un giorno di collegarsi al sito di “Le

Monde” (uno dei più importanti quotidiani

francesi) e di trovare in bella evidenza un video

che propone un’intervista sul tema “L’invenzione

della cultura eterosessuale”. Si clicca

e si vede un giornalista che parla con l’autore

del libro, Louis-George Tin, studioso e attivista

politico su cui occorre spendere qualche

parola, visto che si tratta della persona che nel

2003 ha pubblicato il Dizionario dell’omofobia

presso le prestigiose Presses Universitaires

de France e l’anno seguente ha promosso la

Giornata mondiale contro l’omofobia, che oggi

viene celebrata, in modo più o meno rilevante,

in 50 paesi. Louis-George Tin in Francia

è molto noto anche per le sue battaglie contro

il razzismo ed è portavoce del “Consiglio

rappresentativo delle associazioni nere”.

 

Con questo suo nuovo lavoro, da autentico studioso

di scienze umani e sociali, Tin ha dimostrato

che non c’è niente di naturale nel modello

sociale e culturale dell’eterosessualità e

che la sua attuale “posizione dominante” è il

frutto di un lungo processo storico, durante il

quale contro di esso si sono opposte molte forze,

compresa la visione cristiana dei rapporti tra

uomo e donna e della famiglia con Dio.

C’è dunque una grande rivoluzione epistemologica

che possiamo fare oggi per ribaltare il

modo con cui guardiamo ai generi e ai sessi e

che è figlia dell’affermazione delle culture gay

e lesbiche, di fronte alle quali l’eterosessualità

(fino a trent’anni fa un “impero invisibile” che

davamo per scontato) scende al rango di ”altro”.

 

La domanda, allora, è perché la cultura

eterosessuale è riuscita ad affermarsi e perché

ha regnato per tanto tempo? Non certo perché

la specie umana si riproduce grazie all’incontro

sessuato tra un uomo e una donna: cultura

eterosessuale e riproduzione eterosessuale non

coincidono.

 

La seconda è universale, la prima non lo è e non

sempre è stata dominante nelle varie epoche

storiche e nelle varie culture.

 

È vero che la riproduzione eterosessuale ha

permesso la perpetuazione della specie, ma è

vero pure che abbastanza raramente essa si è

fatta modello di organizzazione sociale.

Nella Grecia antica la cultura eterosessuale era

meno importante della modalità di appartenenza

alla polis (si pensi agli schiavi) e, anche

se non si può dire che l’omosessualità fosse accettata

(troppo diversa era l’idea di sessualità),

altri comportamenti, come la pederastia iniziatica,

godevano dello stesso livello di legittimazione.

 

L’affascinante viaggio che Tin propone

inizia con la fine del Medioevo, intorno

al XII secolo, quando per la prima volta la cultura

“omosociale” che per secoli aveva esaltato

l’amicizia maschile (del clan etnico, dei nobili,

dei guerrieri, dei cavalieri) viene sfidata

dall’amor cortese. Fino ad allora quasi del tutto

ignorata e comunque sottomessa, la donna

viene cantata, deve essere amata e addirittura

diventa “signora” del suo amato. La coppia

uomo-donna diventa degna di interesse e si

avvia a essere il tassello centrale del mosaico

sociale, ruolo che non aveva quasi mai svolto.

Con il rinascimento e con l’umanesimo il confronto/

scontro tra la tradizione dell’amicizia virile

e la “nuova moda” dell’amore tra uomo e

donna prosegue con alterne fortune, di cui si

trova ampia traccia nella letteratura dei secoli

XV e XVI e si inizia a delineare l’idea che

l’uomo poco virile (effeminato) sia inaccettabile

(dopo che per molto tempo era stato abbastanza

tipico, per esempio tra l’aristocrazia)

e da associare all’omosessuale, perversione

dell’essere uomo (mascolinità) i cui contorni si

fanno lentamente più precisi.

 

Con i termini che usiamo oggi potremmo dire

che l’irruzione del femminile nella società feudale

poneva ai cavalieri un problema di genere

e che l’irruzione dell’amor cortese poneva

alla chiesa un problema di sesso.

Aopporre la maggiore resistenza è - incredibile

ai nostri occhi di oggi - la Chiesa Cattolica. È

prima di tutto l’importanza data alla donna (almeno

in apparenza) che il clero non riesce ad

accettare. All’“invenzione” della coppia uomo-

donna la Chiesa Cattolica contrappone il

monito a evitare la concupiscenza e a rispettare

il primato della spiritualità con i suoi ideali

di castità, celibato e purezza. Nel 1215 il matrimonio

diventa un sacramento.

 

Ma, da questo momento in poi,

la storia della cultura eterosessuale

procede sempre più vittoriosa fino

a diventare l’unico modello che tutti i poteri,

quelli religiosi e quelli civili, accettano come

valido. Nel ventesimo secolo si consuma, sia

la condivisione del potere sul matrimonio tra

chiesa e stato (matrimonio civile, separazione,

divorzio), sia il mutamento radicale delle forme

familiari, fino alla odierna pluralità di opzioni,

impensabile fino a pochi decenni fa.

Lo splendido lavoro di Tin merita alcune considerazioni

aggiuntive. È molto importante che

la storia dell’omosocialità venga ricostruita e

narrata, ma non si deve pensare che a essa si sia

accompagnata un’attenuazione o un’assenza

della condanna dei sentimenti e dei comportamenti

che noi oggi associamo all’omossesualità.

 

La lunghissima storia dello stigma antiomosessuale

rimane in tutta la sua tragica

realtà. Gli stessi chierici che nel 1200 guardavano

con preoccupazione alla bellezza dell’amore

tra uomo e donna non di meno scrivevano

e comminavano pene tremende per la  sodomia

(che alcuni di loro praticavano nell’ipocrisa,

è ovvio). E poco conta che il peccato

di sodomia diventi un peccato molto grave solo

a partire dal XIII secolo. Nei duemila anni

precedenti (da Abramo a Petrarca) sarà stato

punito più leggermente o forse tollerato negli

ordini religiosi (come forse avveniva nell’Ordine

dei Templari), ma certo non era accettato

socialmente.

 

È vero che le ricerche dello storico inglese, gay

e cattolico, John Boswell (Cristianesimo, tolleranza,

omosessualità, Leonardo, 1989) hanno

messo in evidenza che la condanna della sodomia

conosce luoghi (la Firenze del Quattrocento)

e momenti (il XII sec.) di riflusso e che

vi sono stati attimi nella storia del cristianesimo

in cui l’omofilia era abbastanza esplicita (la

fratellanza nelle abbazie, l’amore tra maestro

e discepolo, erotico o meno, negli ordini religiosi)

e forse si celebravano rituali per celebrare

questi legami.

 

Ma è anche vero che le battaglie contemporanee

sulla pari dignità, sull’eguaglianza nei diritti

e sul rifiuto della discriminazione non sono

debitrici di questi (rari e presto dimenticati)

riti omosociali, ma delle dure lotte democratiche

della seconda metà del secolo scorso

(di cui per ora ha beneficiato solo una parte dell’umanità).

Quando i giovani occidental hanno

dato vita alla rivoluzione sessuale hanno impresso

una svolta alla storia umana destinata a

occupare un posto altrettanto importante, se

non più importante, della rivoluzione operata

dall’amor cortese o dalla legalizzazione dell’unione

tra un uomo e una donna.

 

Il largo uso di fonti letterarie rende la lettura del

libro di Tin ancora più affascinante ma rischia

di generare qualche confusione. Il fatto che

l’amicizia virile tra confratelli o tra commilitoni

sia stata più o meno esplicitamente evocata

in varie opere della nostra tradizione non deriva

da una larvata approvazione dell’omofilia

ma dal fatto che gli uomini era comunque gli

unici signori della scena sociale, sulla quale le

donne non contavano praticamente nulla.

Infine, tanto per concludere, si può solo fare

un’ultima notazione sulla facilità con cui, una

volta di più, cade il castello di carte su cui è costruito

ogni documento “ufficiale” vaticano

sul tema. Le litanie sulla differenza costitutiva

uomo-donna voluta dalla creazione (“il progetto

di Dio”) e da rispettare nella vita delle

persone e nella legislazione degli stati non hanno

chiaramente nessun fondamento né scientifico

né storico.

 

Louis-George Tin, L’invention de la culture

hétérosexuelle, Editions Autrement, Paris,

2008, pp. 201, 20€.





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sessualità
22 giugno 2010
Cinema al Guado: in ESCLUSIVA PER L'ITALIA-IN GOOD CONSCIENCE-
 
di Barbara Rick,L'itinerario di fede di suor Jeannine Gramick, la religiosa americana che ha deciso di dedicare la sua vita alle persone omosessuali.

Un'ESCLUSIVA che Il Guado è riuscito a far pervenire,e che merita di non passare inosservato,per l'importanza della figura della religiosa,oltre che,ovviamente per la qualità del docu film.

Con la partecipazione straordinaria nel film di Gianni Geraci e don Franco Barbero a seguire drink e un piccolo rinfresco per festeggiare assieme l'ultimo appuntamento del Cine-forum per questo anno di attività conduce,come sempre Gabriele Giandon.

per maggiori info ecco il press kit fornito dal sito del documentario http://www.ingoodconscience.com/site/pdf/IGC_Press_Kit.pdf



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31 gennaio 2010
Lettera aperta all’Arcigay

Andrea Ambrogetti

 

Lettera aperta all’Arcigay e al movimento glbtq

per il Congresso di Perugia

 

RIPARTIRE DAGLI ALTRI

 

 SALVARE L’ITALIA

 

- 31 gennaio 2010 -

 

 

 

Vista l’importanza dell’appuntamento, con questa Lettera aperta metto a disposizione di tutte e tutti un contributo al dibattito precongressuale, ovviamente a titolo del tutto personale.

 

 

Fuori dal guscio

 

Non si può andare al terzo congresso dell’Arcigay in quattro anni basando l’analisi preliminare su di noi !

 

Con tutto quello che è avvenuto in Italia (dalla truffa dei Dico alla più lunga estate omofoba della nostra storia) e nel mondo bisogna sapersi guardarsi intorno.

 

Il contesto non siamo noi !

 

Il contesto è Barak Obama che ha già incontrato due volte la famiglia di Matthew Shepard e sta per firmare (o ha già firmato) una legge antimofobia, le ragazze italiane ridotte a veline convocate a Palazzo Grazioli per un seminario per future deputate europee e l’unica persona che se ne accorge è la moglie del primo ministro, il neorazzismo oramai stampato in Gazzetta Ufficiale (e praticato apertamente da molti sindaci del Nord), l’impoverimento economico-finanziario crescente e il vuoto di futuro delle nuove generazioni, come pure dei quarantenni (a 40 anni ci si sposa, si compra la casa e si sottoscrive un mutuo in banca di ... 30 anni), l’alternativa democratica flebile e latitante, la pratica degli avvertimenti mafiosi neanche tanto velati contro chiunque potrebbe scardinare il patto d’acciaio tra il populismo di Palazzo Chigi e il neo-fondamentalismo d’oltretevere.

 

Il contesto è la prima, grande crisi culturale che gli italiani vivono dalla fine della seconda guerra mondiale, con alcuni grandi principi dati per scontati che ora vacillano. Il contesto sono tutti gli italiani che hanno visto tutti i film di Pedro Almodovar e di Ozptek e poi non è successo nulla. Il contesto è Wladimir Luxuria in Parlamento e all’Isola dei Famosi un giorno e le persone trans vilipese e uccise il giorno dopo. Il contesto è una puntata di Report domenica sera che scoperchia la cloaca massima e il lunedi mattina in cui non succede assolutamente nulla.

 

Il contesto è l’Italia di questi primi anni dieci, di questa Europa in cui le grandi famiglie politiche protagoniste dell’unico grande capolavoro prodotto dal vecchio continente nel secolo scorso - l’integrazione europea - sono incapaci di rispondere ai neonazisti che spuntano in Ungheria come in Gran Bretagna, alla più grave crisi economica e finanzaria degli ultimi decenni, alla crisi del modello sociale europeo, di cui non si parla quasi più.

 

Il contesto è la politica ridotta a rissa telesiva, con il combattimento tra galli del martedi sera, del giovedi sera e della domenica pomeriggio, tanto i conduttori fanno riferimento a partiti diversi e la par condicio è rispettata.

 

Il contesto è uno dei nostri, Nichi Vendola, il quale ha dimostrato che la gente, e non la politica, non è disposta a sacrificare nulla per l’alleanza con chi, da quando in Parlamento è ago della bilancia, ha sentenziato che l’omofobia non è reato.

 

Il contesto è la classe politica del mondo occidentale più incapace di affrontare le sfide del nuovo millennio. Possiamo farci noi classe dirigente ? Siamo noi in grado di essere un soggetto generale ?

 

Di fronte a tutto questo evitiamo almeno l’errore di incartarci in un tranquillo associativismo. Viviamo l’associazione per salvare l’Italia. Solo così salvaremo anche i nostri diritti !

 

Il secondo ventennio

 

Per la seconda volta in meno di un secolo gli italiani si ritrovano prigionieri di una lunga stagione dominata dal populismo autoritario e reazionario. Questo “secondo ventennio” possiede ovviamente molto differenze con il primo ma presenta anche alcune analogie.

 

Non certo la mancanza di libertà dei mezzi di informazione, che c’è. Quella che non c’è è una legge seria e vincolante che regoli il conflitto di interesse tra titolari di concessioni pubbliche e incarichi istituzionali.

 

L’analogia più impressionante è la disponibilità di una larga parte del popolo italiano a premiare una persona che non li governi, ma li rappresenti. Berlusconi incarna e amplifica i peggiori difetti degli italiani. E gli italiani tra la rappresentanza e la rappresentazione hanno scelto la seconda. Preferire il successo ottenuto da una élite di vip alla soluzione dei miei/nostri problemi: capita quando l’alternativa democratica latita.

 

La gente – a quanto pare – è contenta così. Cosa pensiamo di questi milioni di nostri connazionali e concittadini ? Abbiamo mai provato a parlare con loro ? Siamo in grado di aprire un dialogo con queste persone e non solo con i giornalisti e gli esponenti politici ?

 

La gente, gli italiani, non tutti, ma molti, non rinuncia ai vantaggi pratici del clientelismo e dell’affarismo se non in presenza di un’alternativa civile e democratica molto forte, in grado di mobilitare quel civismo sano e onesto che permane nel nostro popolo. Se la trasparenza, il merito e i risultati fossero pratica costante da decenni, come avviene negli altri paesi europei, la gente si fiderebbe di se stessa e non del boss del quartiere. Quanto accaduto nelle regioni meridionali governate dal centrosinistra dovrebbe insegnare qualcosa al riguardo.

 

La conclusione è che stiamo percorrendo una nuova lunga marcia, di cui non conosciamo né il percorso, né i tempi, né l’approdo.

 

La capacità dell’Italia progressista e civile di parlare al paese è scarsa. Nostro malgrado siamo costretti almeno a tematizzare questa situazione. Anche perché le forze politiche tradizionali non lo fanno. Il movimento glbtq italiano è in grado di rivolgersi agli italiani, al di là delle nostre sacrosante rivendicazione legislative, ma anche per proporre un contributo di crescita civile e culturale ? Qual è il nostro messaggio ? Quali i nostri potenziali alleati ?

 

Ci sono, per fortuna, segnali contradditori, contrastanti e incoraggianti.

 

A iniziare a “europeizzarsi” sembra sia finalmente un pezzo importante del centrodestra, quello che fa riferimento a Gianfranco Fini. Molte persone appartenenti per lunga tradizione a questo schieramento si stanno accorgendo che il populismo reazionario e autoritario significherebbe prima il declino e poi la rovina dell’Italia.

 

Ma a tutt’oggi il centrosinistra non è accreditato agli occhi degli italiani come un’alternativa seria e immediata.

 

Il Pd è assimilabile agli altri grandi partiti riformisti europei ? Intanto non fa parte del Pse, ma solo del (quasi) corrispondente gruppo parlamentare (e questo significa non siedersi ai tavoli dove si prendono alcune decisioni importanti, come si è visto in tempi recenti). Tali partiti si misurano oggi con i loro problemi, ma hanno almeno un’identità comune, in cui la questione delle differenze e dei diritti è irrinunciabile già da molti anni!

 

Ma l’ignoranza degli italiani su cosa sia il Pse è impressionante. Il Pse non è la casa comune degli ultimi rivoluzionari marxisti-leninisti-maoisti ! Il Pse è la casa comune di forze che sono riformiste, “democrat” e socialdemocratiche da svariati decenni. Possibile che l’esercito di politici e giornalisti nostrani non riesca a comunicare un concetto così semplice ? E anche chi, nei vari paesi europei occidentali, da cristiano è impegnato in politica in senso progressista sta con queste forze da decenni e decenni.

 

Questi partiti sono rimasti al centro della scena politica anche perché mano a mano si sono misurati con le istanze denunciate da movimenti diversi da quello operaio e fatti propri obiettivi e leader provenienti dal movimento studentesco, femminista, ecologista e delle differenze. Per fortuna ! Proprio per questo sono grandi partiti, in cui la laicità è cemento unificante e motore di politiche di promozione dei diritti !

 

Abbiamo qualcosa da dire o da fare al riguardo ?

 

La crisi dell’egemonia della cultura di sinistra

 

Per gran parte del secondo dopoguerra l’Italia è stato un paese a egemonia della cultura di sinistra.

 

Mentre al potere andava la Democrazia cristiana (partito peraltro profondamente autonomo dal Vaticano e in cui vigeva questo compromesso: atlantismo, anticomunismo e capitalismo, da una parte, versione “democratica” dei rapporti tra religione e politica, quindi discreta lontananza da ogni clericalismo, fondamentalismo e integralismo, dall’altra), mentre il paese si lanciava nello sviluppo capitalista, mentre si affermava il principio che il Pci non poteva essere associato al governo del paese, nello stesso tempo era la cultura di sinistra a esercitare una egemonia pressoché totale.

 

Non solo le donne e gli uomini che, con grandi e piccoli tormenti, si ispiravano alle varie correnti della sinistra mondiale guidavano i giornali, le radio, le televisioni, l’editoria, il cinema e il teatro. Ma anche risultava di fatto molto difficile alle culture conservatrici, reazionarie e integraliste imporre o semplicemente diffondere le proprie idee.

 

Dal neorealismo della fine degli anni Quaranta alla vittoria al referendum del divorzio del 1981, l’Italia è un paese in cui tutti vogliono - o devono - credere nell’ideale di uguaglianza sociale.

 

In Italia è così possibile che un Parlamento dove la sinistra - dal 1945 al 1996 - non è MAI maggioranza vengano adottate una serie di riforme, votate ANCHE dal Pci (come quelle sullo statuto dei lavoratori, il servizio sanitario nazionale, l’equo canone, il nuovo diritto di famiglia, la scuola media, la smilitarizzazione della polizia, il divorzio, la legalizzazione dell’interruzione di gravidanza, la chiusura dei manicomi, il cambio di genere e tante altre) che oggi possiamo solo sognare.

 

Nell’Italia governata dalla Dc, il movimento operaio è sacro, quello delle donne è sacrilego ma copiatissimo, nei licei e nelle università i giovani abbattono l’autoritarismo. Con gli anni Ottanta e Novanta sappiamo che le cose cambiano rapidamente in peggio.

 

Di quella deriva è figlio questo secondo ventennio.

 

Per esempio, ci ritroviamo Povia a Sanremo, un fatto terribile per un paese dove i De Gregori, i De Andrè, i Bennato hanno forgiato il campo di percezione di intere generazioni, hanno praticamente dettato legge.

 

Come affrontiamo questa situazione ? Quale politica culturale proponiamo ?

 

Da avanguardia a “supplenza”

 

Mentre per alcuni decenni i movimenti hanno interagito e hanno accompagnato il lavoro dei partiti e delle istituzioni oggi la situazione è tale per cui il lavoro che siamo chiamati a svolgere è, in un certo senso, quello di supplenza.

 

La parola può essere fraintesa. Non si tratta di qualcosa di meno nobile. I procuratori che negli anni Settanta sequestravano le fabbriche inquinanti, anche in assenza di una legislazione speficica in materia, ma appellandosi a norme vicine, potrebbero essere un buon esempio. Ma si possono fare gli esempi dei grandi giornalisti che denunciavano lo scempio edilizio o l’aborto clandestino e dei pochi magistrati che hanno dichiarato guerra alle mafie con decenni di anticipo rispetto a tanti altri pezzi dello stato.

 

Negli anni Settanta e Ottanta i movimenti gay hanno svolto nel mondo occidentale un ruolo fortissimo di avanguardia: rottura, denuncia, guerra allo stigma, agli stereotipi, denuncia dell’omofobia religiosa, aggregazione festosa di milioni di persone costrette fino ad allora a vivere di nascosto. Anche la storia dell’Arcigay (e delle altre esperienze simili) in Italia è la storia di un successo.

 

L’Arcigay ha fatto fino in fondo il suo lavoro di organizzare politicamente gli omosessuali. Una inevitabile vicinanza con il Pci/Pds e con gli altri partiti della sinistra ha prodotto per un certo periodo una collaborazione decente (“collateralismo minimo”). Oltre i risultati ottenuti in alcune città (in primis Bologna), ci sono da ricordare che i deputati e senatori provenienti dal movimento glbtq (o da alcuni partiti di sinistra) sono stati e sono un numero considerevole: Vendola, Grillini, De Simone, Silvestri, Luxuria, Concia e volendo anche Vattimo, eletto dagli allora Ds a Strasburgo dieci anni fa e l’anno scorso con l’Idv.

 

Oggi è senz’altro giusto abbandonare ogni collateralismo per il semplice fatto che dall’altra parte non ci sono gli interlocutori.

 

In Italia non ha fallito l’Arcigay. In Italia ha fallito la politica, la grande politica che a un certo punto ha smesso di fare il suo dovere.

 

Come esercitare oggi un ruolo di supplenza creativa alla mancanza di  alternativa politica ? Come sopperire al riformismo mancato ? Come essere fino in fondo cittadini attivi che si fanno carico in prima persona di produrre quei beni pubblici che lo stato italiano non è in grado di garantire ? Possiamo svolgere noi il ruolo di agenti di cittadinanza europea ? Possiamo, per esempio, proporre noi direttamente agli insegnanti percorsi formativi di educazione sessuale ? Possiamo portare in tribunale il più alto numero possibile di coppie formate da un/a italiano/a e da una persona dello stesso sesso cittadino/a di un paese dell’Unione europea dove i matrimoni gay e/o le unioni civili sono già previste ? L’Unione europea non può modificare il diritto di famiglia dei singoli stati membri ma non può non vedere che il principio della libera circolazione dei suoi 500 milioni di cittadini crea alcuni paradossi che non possono non essere governati, quanto meno stabilendo un obbligo di riconoscimento (“portabilità dei diritti”).

 

Salvare l’Italia, salvare i nostri diritti

 

Una delle conseguenze della crisi della cultura di sinistra e della mancanza di riformismo è l’attacco – esplicito, spietato – alla collocazione in un’area democratica europea e occidentale in cui - bene o male - la cultura dei diritti umani e del principio di non discriminazione è acquisita sia dai “centrodestra” sia dai “centrosinistra”. Dalle impronte ai bambini rom alla legge sulla fecondazione assistita, dalle leggi ad personam (unico caso nel mondo occidentale) al continuo vilipendio alla dignità (e quindi alla parità) delle donne l’Italia sembra – pericolosamente – voler uscire da un perimetro di certezze.

 

E’ in questo contesto che è stato possibile consumare la vendetta sul World Pride tenutosi a Roma nel 2000: il Family Day, la farsa dei “Dico”, la Binetti sulla malattia, il card Bagnasco sulla pedofilia, in Parlamento il non equiparare l’omofobia al razzismo e l’equiparare l’omosessualità alla zoofilia.

 

Tutto l’intreccio “differenze e diritti” che la gran parte del mondo occidentale negli ultimi due decenni ha imparato a declinare in modo costruttivo in Italia resta fuori della porta.

 

1.Denunciare

 

Dalle grandi istituzioni della democrazia rappresentativa e dai partiti non dobbiamo aspettarci nulla ! Facciamo un esempio. Le manifestazioni da noi organizzate negli ultimi anni a piazza Farnese sul tema dei diritti per le coppie dello stesso sesso sono state un successo sotto tutti i punti di vista. Per esempio dal punto di vista del coinvolgimento del ceto politico: a un certo punto avevamo in piazza un numero impressionante di deputati, senatori e ministri, per non dire dei consiglieri comunali, provinciali e regionali. Il giorno dopo abbiamo avuto intere pagine sui più grandi giornali del paese. Ma una settimana dopo, un mese dopo, un anno dopo non è successo nulla.

 

Abbiamo avuto un’indubbia capacità di inserirci nell’agenda politica, ma, purtroppo, le decisioni attese non sono arrivate.

 

Non perdiamo più tempo con questa gente ! Se vogliono inviare un gruppo di funzionari a un corso di formazione (a pagamento) che possiamo organizzare per loro sulle differenze e i diritti (come fanno tutti i partiti, compresi quelli di destra, a Londra e Parigi) saremo ben lieti di accoglierli. Magari in futuro combineranno qualcosa di buono ! Ma per il resto non perdiamo più tempo con questa gente !

 

Denunciare la politica senza risultati ! Denunciare mille persone che non producono nessuna buona legge, nessuna riforma. Neanche quelle del loro programma elettorale ! Seppure in tre legislature diverse e tramite 4 governi differenti, Silvio Berlusconi ha governato l’Italia in totale quasi 8 anni, e sta ancora governando, ma non ha mai realizzato né il presidenzialismo, né il federalismo, né la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, né la modernizzazione della pubblica amministrazione, né ha tagliato le tasse e alla, fin fine, non ha fatto nulla di buono per sostenere le imprese.

 

2.Anticipare

 

Il mutamento sociale e culturale va avanti (per fortuna). Mentre la politica dormiva siamo passati da essere un paese arretrato a uno moderno e poi da moderno a postmoderno. Ad esempio, l’omogenitorialità è realtà. Facciamoci carico noi di diradare le nebbie, senza aspettare la Gazzetta ufficiale. Curiamo noi che se ne parli nei termini appropriati nei media, nel mondo culturale, nei territori. Rendiamo pubblico e visibile quello che è già realtà.

 

3.Europeizzare

 

L’Italia ha un bisogno immediato di riscoprire la normalità europea. Se la classe politica italiana non è capace di dire che razzismo e omofobia sono la stessa cosa dovremo farci carico noi di questa fatica, ma mettendo bene in chiaro che è l’Italia che fa eccezione (come la Svizzera con i minareti).

 

4.Formare e informare

 

I meccanismi di trasmissione della memoria storica non sono lineari. Le nuove generazioni meritano occasioni di studio e di approfondimento. L’alternativa è Noemi. Si potrebbero organizzare viaggi di studio nelle altre capitali europee per conoscere da vicino la “normalità” del ruolo che i movimenti gay svolgono verso le istituzioni e la politica.

 

Bisogna chiedere alle scuole, alle università, al mondo dello sport, ai comuni, alle province e alle regioni di lavorare LORO ogni giorno sull’informazione e l’educazione sessuale, sulla non discriminazione, sulla parità, sulle differenze, sui diritti.

 

Si può aprire un tavolo con la Conferenza dei rettori delle università italiane per capire perché in tutto il mondo vi sono migliaria di corsi universitari dedicati ai gay studies e in Italia si contano sulle dita di una mano ?

  

5.Comunicare

 

Abbiamo capito che è inutile aspettare che anche in Italia le campagne di informazione e sensibilizzazione contro gli stereotipi e i pregiudizi diventino una prassi costante e crescente per le pubbliche amministrazioni e il settore privato. Perché non mettere noi online un sito con le migliori 10/15 campagne degli ultimi 10/15 anni e lanciare la provocazione ai pubblicitari, alle regioni e alle grandi aziende a investire in questo tipo di attività ?

 

Bisogna urgentemente reclamare spazi di visibilità sui grandi media nazionali per la realtà già presente delle coppie formate da due persone dello stesso sesso, comprese quelle che convivono da decenni, e per quella dei genitori omosessuale. Bisogna sbattere la nostra realtà in faccia ai benpensanti, ai moralisti, agli ipocriti, agli integralisti, ai fondamentalisti, ai teodem.

 

6.Riorganizzare

 

La società postmoderna è facile da vivere anche per un individuo non pienamente libero di esprimere la propria identità e privo di alcuni diritti fondamentali: internet, social network, voli low cost, centinaia di locali e decine di località turistiche gay o gayfriendly.

 

Ma è vero che in Italia non si è raggiunta quella massa critica che in altre realtà consente di parlare di “comunità” prima e di “lobby” poi.  Non ci si può fare carico che questo avvenga tramite una sorta di ingegneria politica.

 

Bisogna allora saltare una fase e proporre una prassi gayfriendly a milioni di nostri concittadini che già oggi sono nostri potenziali amici e alleati.

 

Lavorare meno per noi e più per tutti. Noi non abbiamo più bisogno della psicologia, della psicoterapia, della psicodinamica ! Se non c’è nessuna patologia nella nostra condizione, allora basta con l’eternizzare il ricorso alla psicologia. Basta con le statistiche che trovano che le lesbiche fumano e si drogano di più !

 

I nostri circoli e i nostri locali possono diventare punti di aggregazione per tutte le cittadine e tutti i cittadini che non si trovano più nelle sedi dei partiti un luogo dove parlare di differenze e diritti ?


7. Essere catalizzatore

 

Possiamo lavorare noi con la Confindustria per capire perché in moltri altri paesi occidentali il diversity management è attuato da molte aziende e in Italia ciò non avviene ?

 

Si possono mettere intorno allo stesso tavolo gli esponenti della Ready e la Conferenza dei presidenti di regione, il presidente dell’Anci e quello delle province e stabilire un piano di lavoro ? Perché non invitare gli enti locali che hanno già aderito alla Ready al nostro Congresso e dedicare loro una sessione speciale ?  

 

La differenza Arcigay

 

C’è una specificità, una “differenza” Arcigay, e consiste nel fatto che il centro nazionale dovrebbe far valere il valore aggiunto derivante dall’essere l’unica associazione presente in tutto il paese. Nello stesso momento i comitati locali dovrebbero valorizzare in ogni occasione il far parte dell’unica associazione per i diritti civili delle persone glbtq di respiro davvero nazionale.

 

Questo valore aggiunto dovrebbe essere tematizzato e valorizzato.

 

E’ a partire da questo valore aggiunto che possiamo e dobbiamo essere un soggetto generale (come nella migliore tradizione della Cgil) il quale nel momento in cui tutela i diritti di milioni di persone e cittadini glbtq opera per la crescita civile, politica e culturale dell’intero paese !  

  


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permalink | inviato da qualcosadieuropeo il 31/1/2010 alle 11:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
5 novembre 2009
l'Unione Europea premia la società civile siciliana

EESC civil society prize-giving ceremony: mafia-fighting outfits in the limelight 

On 4 November 2009, the EESC plenary session witnessed the third award ceremony of the Prize for organised civil society. This year's first prize went to two organisations who have taken up arms in the war on the mafia: Libera and Confindustria Sicilia.

"Initially we planned to award three organizations. However, projects that we received were of such great value and quality that we decided to give prizes to six organizations", said EESC Vice-President Irini Pari who chaired the award ceremony.

In his opening address EESC President Mario Sepi said, "The first-prize projects clearly show that civil society has played a leading part in extirpating the evil of organized crime in the society". He went on to underline that, "The problem of the mafia, or 'mafias', is not exclusive to Italy: against the backdrop of globalisation, this problem affects the development and growth of the whole of European society."

"Our goal was to shake people up in Sicily. We called for all businesses to stop paying protection rackets extorted by the mafia. Those who did not comply with the request were threatened to be removed from our organisation," said Giovanni Catalano , Director General of Confindustria Sicilia . It is an organisation that labours to promote healthy business practices so as to attract foreign investment. "One must not always wait for the state to provide solutions. Civil society can provide the push needed to solve problems", added Mr Catalano.

The first ex-aequo prize was tied for by Libera International , which brings together civil society groups involved in anti-mafia actions in various areas. "We pushed for the law that allows for the social use of the confiscated Mafia assets. We produce oil, wine and others on confiscated lands. These products bear the brand 'Libera Terra'," underscored Tonio Dell'Ollio , Director of Libera International. He went on to underline the risk this activity entails, "We have been intimidated and threatened but we decided to go ahead".

The second prize in the competition is tied for by the European Association of History Educators ( EUROCLIO ) and Volonteurope . The former "aims at developing innovative history education whose central concepts are: multiple perspectives, critical reflection and the exclusion of egocentric thinking," said Dr. Elbert Roest, a board member of Euroclio, upon receiving the prize. The latter, which brings together over 1500 civil society organizations, strives to "motivate more Europeans into volunteering that is a wonderful expression of active citizenship," underlined Piotr Sadowski , Secretary General of Volonteurope.

The third prize went equally to the French Fondation Nicolas Hulot pour la Nature et l'Homme and the Austrian Chamber of Commerce . The EESC has awarded them both for raising awareness campaigns. Frenchmen have launched an action aimed at "showing how crucial the impact the European Union has on the environment and other related areas", stressed Florence de Monclin from the foundation. The Vienna-based Chamber has been singled out for the project aiming to "raise awareness of the merits of the EU membership in the country that does not rank high in all surveys measuring the satisfaction with the EU", said Christian Mandl , Head of European Policy Coordination Department in the Chamber.

For more information you may contact

Head of Unit Patrick.Feve@eesc.europa.eu or telephone: +32 2 546 9616

See also: www.eesc.europa.eu


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politica estera
3 ottobre 2009
Elezioni europee 2009 – L’identità c’è

Tra pochi mesi si voterà per il Parlamento europeo; saranno passati trenta anni da quando quest’istituzione venne eletta a suffragio universale per la prima volta e nel frattempo siamo arrivati a 27 paesi membri dell'Unione e a quasi 500 milioni di abitanti. Ma sono anche passati 20 anni dal crollo del muro di Berlino, 52 anni dalla firma dei Trattati di Roma e oltre 60 dalla fine della seconda guerra mondiale e direi anche 30 anni dal 1968. Lo dico perché voglio dire che "oggi" è forse la parola più

importante per comprendere l’Europa.

 

Prima di entrare nell’argomento vorrei fare un elenco delle idee nemiche dell'Europa.

 

Tra queste idee vi sono: non esiste un popolo europeo e non si è ancora formata un'identità europea;

la cittadinanza europea (proposta dal Trattato di Maastricht) in poi in realtà non corrisponde a qualcosa di concreto; l'incapacità dell'Unione europea di chiarire la natura del suo progetto politico implica una sua crisi di legittimità, e così via.

 

La mia tesi è l'opposta: oggi esistono e si stanno radicando alquanto rapidamente sia un’identità

dell’Europa sia una cittadinanza europea, la cui consistenza va al di là del dato della partecipazione

elettorale, anche se è innegabile che se le prime fossero riconosciute e valorizzate i tassi

di astensione diminuirebbero.

 

Il motivo fondamentale per cui affermo questa tesi coincide un po' con la consapevolezza che

sta alla base di Cercasi un fine: da alcuni decenni la cittadinanza ha assunto dimensioni ben più complesse rispetto a quella della sua base giuridica e l'identità delle persone - parliamo ovviamente

del mondo occidentale - si è svincolata dalle appartenenze rigide del passato ed è sfidata da riferimenti

multipli e coesistenti tra loro, relativi a diversi ambiti territoriali (locale, nazionale, europeo,

universale) ma anche a "fonti" e fattori diversi (religione, politica, professione, condizione fisica, origine etnica, sesso, genere, ecc.). L'occidentale postmoderno è, infatti, un'animale laico.

 

Essere incerti tra federazione e confederazione è dubbio da sciogliere, certamente, ma meno importante

della libera circolazione delle persone, dei beni, dei servizi o di poter pagare con la stessa moneta. C'è la sfida a immaginare processi democratici che coinvolgano pienamente i cittadini al di fuori dei vecchi confini nazionali, ma questa sfida fa parte della natura stessa della democrazia e ci vorrà tempo per capire come declinarla su scala continentale (ma intanto è vero che le prime, vere, grandi consultazioni online con tutti gli attori interessati a una decisione, compresa la società civile, le fa la Commissione europea da Bruxelles).

 

Non c'è omogeneità, è ovvio, tra l'opinione pubblica di Madrid e quella di Bucarest, per esempio sui diritti civili, ma c'è una memoria comune di lotte democratiche e soprattutto di libertà disponibili e non a caso largamente utilizzate.

 

Comunque omogeneità ed identità non coincidono.

 

Basta guardare alle giovani generazioni: i ventenni, quelli nati dopo il crollo del muro di Berlino,

significa che sono europei dalla nascita. E d'altronde in un "ambiente europeo" si muovono con

grande naturalezza: comprano su internet un biglietto aereo lowcost, trascorrono mesi in un'università

lontana dal proprio paese grazie al programma Erasmus, aderiscono grazie a Facebook a

cause promosse e relative a qualcosa che si trova a migliaia di kilometri, consumano musica film

e libri provenienti da tanti altre nazioni. Essere allevati non in un'organizzazione paramilitare

che coltiva l'odio per i coetanei di oltreconfine, ma guardando gli stessi video su Mtv o youtube

penso significhi proprio che sia possibile parlare di "giovani europei crescono".

 

Non c'è bisogno di inseguire una patria europea, su cui scrivono montagne di libri inutili, che infatti sotto questa forma non arriva mai, perché ognuno di noi, pur rimanendo francese o tedesco,

già oggi non è più solo francese o tedesco. Votare a un referendum di ratifica di un trattato

non esaurisce il significato della cittadinanza europea, altrimenti bisognerebbe fare una lunga storia

di piccoli disastri. E’ ben più importante eleggere a Strasburgo persone in grado di rappresentarci

degnamente e di scrivere buone leggi nell'interesse di 492 milioni di cittadine e cittadini.

marzo 2009

 




permalink | inviato da qualcosadieuropeo il 3/10/2009 alle 9:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica interna
31 luglio 2009
Finalmente, care deputate del Pd !
Finalmente care deputate del Pd (con tre mesi di ritardo) avete chiesto a Berlusconi di spiegare i suoi rapporti con veline, prostitute, escort e minorenni.

Ma avete sbagliato articolo della Costituzione. Non il retorico 54 ma il più sostanziale 3 dovevate tirare in ballo. Quello che dice "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese."

Evidentemente le donne italiane non hanno raggiunto una condizione di uguaglianza e di parità che le consenta di non vendere il proprio corpo in cambio della promessa di un posto di lavoro, di non svendere la propria dignità per contribuire all'abbassamento della qualità dei programmi televisivi (perché non intervenite almeno sulla Rai ?), di non rinunciare ad un proprio percorso formativo e professionale in cambio della sopravvivenza.

Il vostro silenzio di questi mesi non ha giovato. Veronica Lario ha indicato lo scorso marzo una precisa forma di degrado della politica. Quale alternativa dimostra di essere il Pd ?


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